(29 febbraio 2024) Approvata la Risoluzione del Gruppo PD in Regione, a mia prima firma, che ci impegna ad agire in ogni sede utile e a coinvolgere i parlamentari europei e le nostre rappresentanze nelle istituzioni comunitarie, per respingere le modifiche peggiorative della Direttiva UE in materia di violenza contro le donne, in particolare sul reato di stupro. Meritiamo tutte passi avanti e l’impegno concreto a realizzare le politiche di prevenzione, protezione e giustizia così come definite dalla Convenzione del Consiglio d’Europa 2011 finalmente entrata in vigore nell’Unione. Nel caso ciò non avvenisse in sede plenaria del Parlamento Europeo, in ogni caso, chiediamo che si introduca immediatamente nel sistema penale italiano il principio “SENZA CONSENSO È VIOLENZA, SEMPRE”.

Ecco il mio intervento integrale in Aula.

8001 – Risoluzione per impegnare la Giunta ad agire presso la Presidenza del Consiglio e il Governo, nonché in sede di Conferenza Stato-Regioni, affinché sia espressa netta contrarietà alle modifiche peggiorative della Direttiva europea in materia di stupro e altri reati contro le donne. (05 02 24) A firma dei Consiglieri: Mori, Marchetti Francesca, Sabattini, Costi, Zappaterra, Dalfiume, Montalti, Rossi, Pillati, Gerace, Costa, Bondavalli, Caliandro, Mumolo, Bulbi, Fabbri ____________________________________

Questa Risoluzione si inserisce in un dibattito europeo che ci riguarda tutti e tutte, che riguarda l’integrità e la dignità delle donne e perciò lo stato di diritto e la democrazia in tutta l’Unione. L’atto ripercorre brevemente le tappe della proposta, avanzata nel 2022 dalla Commissione Europea, di Direttiva in materia di violenza contro le donne e soprattutto sottolinea le ragioni di quella proposta: ovvero, realizzare negli Stati l’impianto con l’approccio olistico e integrato della Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione e la lotta alle violenze, rendendo effettivi, giuridicamente vincolati, gli strumenti di tutela.

Svolgendo la sua funzione di indirizzo politico, il Parlamento Europeo aveva a più riprese e da anni sollecitato una legislazione specifica che rafforzasse l’impianto configurando reati e sanzioni in caso di non applicazione delle misure da parte degli Stati. Perché superare la piaga della violenza maschile contro le donne richiede, come sappiamo bene in quest’Aula, tre ordini di interventi strutturali: quelli per la prevenzione culturale e sociale, quelli per la protezione delle donne e quelli volti a perseguire i violenti. Ebbene, la prima formulazione adottata dalla Commissione UE era aderente alla strategia organica di prevenzione e contrasto propria della Convenzione di Istanbul, come è emerso fra l’altro dall’apprezzamento raccolto in una consultazione amplissima che ha coinvolto anche la nostra Istituzione regionale. Rientravano infatti nella Direttiva misure direttamente applicabili per punire i reati di stupro, mutilazioni genitali femminili e sterilizzazioni indotte e forzate, le violenze online e le molestie sessuali negli ambienti di lavoro.

In sede di discussione di questo testo, il Parlamento europeo si è espresso per inserire una definizione di stupro precisa, basata sull’assenza del consenso esplicito della vittima a prescindere dalla costrizione fisica o dalla condizione eventualmente alterata della vittima. Ciò nella consapevolezza di una normativa dei singoli Stati europei piuttosto variegata e in diversi casi arretrata rispetto alla tutela e alla giustizia per le vittime di queste violenze. Val la pena ricordare che in Italia fino agli anni ’90 i reati di violenza sessuale erano catalogati ancora dal codice Rocco quali “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”: solo nel 1996 la violenza sessuale viene classificata come crimine contro la persona. Oggi il reato di stupro, regolato dall’articolo 609 bis del codice penale, viene riconosciuto e perseguito solo quando un soggetto “con violenza o minaccia o mediante l’abuso di autorità” ne costringa un altro a compiere atti sessuali. Ciò significa che nelle Aule di Tribunale italiane e nonostante una giurisprudenza superiore orientata da tempo diversamente, il sesso senza consenso non è stupro se non viene dimostrata la coercizione. Ne discendono una serie di conseguenze molto dolorose e profondamente ingiuste per le ragazze e le donne che denunciano, ad esempio dover rispondere con dettagli a domande scabrose e invasive che neppure velatamente, ma con tutta evidenza, tendono a mettere in dubbio la parola della persona violentata; sino al paradosso di un ribaltamento dell’onere della prova ed il rischio fondato di essere addirittura colpevolizzate, disincentivando la denuncia.

Ecco la ratio dell’intervento del Parlamento su un testo, quello trasmesso al Consiglio Europeo per la necessaria approvazione, che stabiliva che gli Stati membri sono tenuti a provvedere affinché siano configurate come reati e punite tutte le violenze che ho citato prima fra cui lo stupro, definito (all’art. 5 della Direttiva) come ogni atto di penetrazione sessuale non consensuale, sia nell’assenza di consenso volontario, sia nell’assenza dovuta all’incapacità della donna di esprimere una libera volontà a causa di condizioni fisiche o mentali.

A quel punto, passati già anni e preaccordi e triloghi vari, ci si poteva aspettare che il Consiglio procedesse per varare la legge europea nella versione più matura. Se per tutti i rappresentanti degli Stati europei fosse inalienabile il rispetto dei diritti umani oggi avremmo fatto un passo avanti deciso nella lotta alle violenze sulle donne. Invece, oggi ci troviamo con lo stralcio di quell’articolo 5 e una Direttiva depotenziata, che oltretutto tiene fuori dai reati le molestie sessuali nel mondo del lavoro. Nella Risoluzione parliamo di una mediazione al ribasso che temevamo prevalesse e che purtroppo è prevalsa.

Noi diciamo una cosa semplice: le ragazze e le donne sono stanche di ipocrisia e meritano rispetto e un maggiore coraggio. Lo meritiamo in un contesto nel quale sono in aumento tutte le violazioni dei diritti umani e le violenze di genere più brutali, in un contesto nel quale un milione e mezzo di donne italiane, secondo Istat, ha subito nella sua vita le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro e il tentato stupro, reati cresciuti del 40% in Italia negli ultimi dieci anni con un terzo delle vittime minorenni. Nella Risoluzione ci siamo appellati al Governo italiano, che sapevamo favorevole all’introduzione del reato di stupro nella legislazione europea, affinché facesse valere il proprio peso e l’autorevolezza della stessa presidente del Consiglio per mantenere la versione normativa più tutelante le donne e ragazze, per impedirne il depotenziamento culturale e strategico. Ora, alla vigilia dell’ultimo passaggio in plenaria del Parlamento Europeo ad aprile, la nostra richiesta non cambia. Prosegue infatti nel Paese la mobilitazione delle organizzazioni sindacali e delle autonomie locali, dei Centri antiviolenza e delle associazioni, di tutti coloro che hanno a cuore la difesa dei diritti umani e la dignità delle donne, affinché entri in vigore in Europa una legislazione all’altezza del compito. Impegniamo questa Assemblea e la Giunta della Regione Emilia-Romagna ad agire in ogni sede utile e a coinvolgere i parlamentari europei e le nostre rappresentanze nelle istituzioni comunitarie, per respingere le modifiche peggiorative in particolare sul reato di stupro, a non recedere di un passo dagli impegni della UE e di tutti gli Stati membri così come sanciti dalla Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione e il contrasto alla violenza maschile sulle donne e la violenza domestica entrata in vigore il 1° ottobre 2023. E nel caso ciò non avvenisse, in ogni caso, chiediamo di procedere immediatamente ad introdurre nel sistema penale italiano il principio “SENZA CONSENSO È SEMPRE VIOLENZA”.