(24 luglio 2019) “Grazie Presidente. Alea iacta est dicevano gli antichi ovvero il dado è tratto. L’approdo in plenaria della “Legge regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere” ci consente, infatti, di mettere in fila dati, riflessioni e ragioni di una legge importante, un punto di arrivo che è anche un punto di partenza per il rafforzamento degli strumenti a nostra disposizione. Come ogni anno, in occasione del 17 maggio Giornata internazionale per il contrasto all’omo-bi-transfobia, ILGA-Europe ha diffuso la “Rainbow Map” del 2019, che sottolinea il livello di rispetto e di tutela dei diritti delle persone LGBTI in Europa. Su 49 Paesi presi in esame, l’Italia è 34esima, perdendo due posizioni dal 2018. In ultima posizione la Russia. E abbiamo detto tutto.

Il nostro Paese passa dunque, nel giro di un anno soltanto, dalla 32esima alla 34esima posizione. Tra le ragioni considerate dal Report per questo peggioramento ci sono le prese di posizione pubbliche apertamente ostili alle persone omosessuali da parte di personalità dello Stato, quali il famoso “non esistono” pronunciato dal ministro Fontana a proposito delle famiglie arcobaleno; la partecipazione di Salvini al Congresso di Verona e la controversa vicenda del patrocinio del Governo. Il “Decreto Sicurezza” del ministro dell’Interno viene definito come “una legge che può far sì che il Paese smetta di offrire protezione alle persone LGBTI che scappano dalle persecuzioni e chiedono asilo su base umanitaria”. Non mancano anche i tanti casi di insulti e aggressioni omofobiche denunciate nelle cronache quotidiane. Il rapporto cita anche le azioni positive e la sempre maggior consapevolezza della popolazione europea, che si inserisce però in un periodo storico e politico complicato.

La mancanza, infatti, in Italia di una legge nazionale contro la violenza omotransfobica è un fatto grave che legittima sottovalutazioni e reticenze. La nostra legge regionale, che non ha competenze penali e non può assumere nessuna competenza dello Stato, ha però l’ambizione di contribuire a rendere il contesto culturale e sociale nei confronti delle persone LGBTI sempre più inclusivo, superando forme di pregiudizio stigmatizzanti francamente inaccettabili.

Perché è vero che tanta strada è stata fatta, ma tanta ne resta da fare sul piano dei diritti sociali e civili delle persone, delle famiglie e delle Comunità. In un dibattito pubblico sempre più aggressivo e polarizzato su posizioni che a tratti inneggiano alla restaurazione del patriarcato, la politica dei c.d. Muscolari costruisce ring quotidiani di conflittualità e qualunquismo, lasciando spesso i territori scoperti a cercare soluzioni per i tanti, complessi e variegati bisogni delle persone. Linguaggio d’istigazione all’odio sdoganato dalle massime cariche dello Stato, manciate di volgare sessismo travestito da acume politico, accostamenti beceri di inchieste giudiziarie ancora in via di svolgimento per colpire le persone omosessuali e intere comunità, insomma … un contesto difficile e a tratti intimidatorio.

Per non farci mancare nulla poi, registriamo la ripresa in Aula dell’esame del famigerato disegno di legge Pillon, ieri rimandato a settembre, avversato e contestato nel merito in modo trasversale, perché sotto le mentite spoglie di un provvedimento volto ad equilibrare l’affido nelle separazioni, in realtà disapplica la normativa sul divorzio, viola la Convenzione di Istanbul, nega i diritti alle persone omosessuali e riga dopo riga si dipana per affermare la visione di una società misogina con modelli precostituiti e forgiati su una visione illiberale e retriva della società.

Perché questo è il punto focale: ritroviamo il senso delle parole. La campagna contro i diritti delle persone omosessuali, brandendo il vessillo della famiglia naturale (come se qualcuno fosse contro la famiglia) e quindi confondendo i piani dei diritti individuali e collettivi, è una campagna apparentemente a tutela dei valori della tradizione (quale tradizione?), ma in realtà rappresenta un attacco allo Stato laico, al diritto di famiglia e alle conquiste delle donne dal ’70 ad oggi, di fatto un attacco al sistema pubblico di protezione sociale, in modo che come con la legittima difesa, ciascuno si difenda da sé.

La nostra terra, l’Emilia-Romagna, nella storia della conquista dei diritti e delle libertà fondamentali costituzionalmente garantite è stata protagonista, spesso antesignana, ostinatamente protesa al progresso della società, all’innovazione dei processi, alla competitività del sistema, ma senza mai dimenticarsi delle persone, dei primi come degli ultimi, delle minoranze, delle ingiustizie, delle discriminazioni, senza mai interpretare un ruolo notarile degli accadimenti, ma tentando sempre di lasciare una impronta senza mai calpestare nessuno, di governare i processi mai di subirli.

La lotta alle disuguaglianze, che l’agenda 2030 dell’ONU mette al centro degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile del Pianeta, passa attraverso la lotta alle discriminazioni mediante misure di prevenzione e contrasto al tessuto culturale che nutre la repulsione per l’altro … ma come diceva il Maestro:

“Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu rispetto all’altro sei l’altro.” (Camilleri)

L’azione della Regione Emilia-Romagna è stata sempre ispirata e promossa in coerenza con i principi antidiscriminatori, di uguaglianza sostanziale e garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo “per prevenire ogni tipo di violenza e discriminazione … in quanto lesiva della libertà, della dignità, dell’inviolabilità della persona” (L.R. 6/2014).

Già nella passata legislatura con l’approvazione della legge per la parità e contro le discriminazioni di genere n. 6 del 2014 si era intrapreso un percorso di sviluppo di politiche antidiscriminatorie organiche, strutturali, integrate e trasversali per la parità tra uomini e donne in settori prioritari quali la rappresentanza nei luoghi della decisione, nella salute, nel lavoro, nella conciliazione dei tempi di vita, ma soprattutto per la prevenzione e il contrasto alla violenza sulle donne in particolare la violenza domestica in attuazione della Convenzione d’Istanbul … Perché la violenza non è un fatto privato da sbrigarsi nelle quattro mura, la violenza è un problema di salute pubblica mondiale e ancora prima una questione culturale che ci riguarda tutti e tutte e sulla quale in primis le istituzioni devono agire per evitare l’isolamento e la neutralizzazione delle vittime.

In questo alveo di consolidamento delle azioni regionali contro tutte le discriminazioni per lo sviluppo della società e per il benessere delle persone, la Regione Emilia-Romagna con la delibera di Giunta del 14 febbraio 2014 ha aderito alla Rete Re.a.dy, la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, a cui la sottoscritta, con decreto del Presidente della Regione n. 203 del 12/12/2017, è stata delegata in via permanente.

Successivamente su impulso delle Città aderenti alla Rete, che già promuovevano azioni positive molto avanzate sul territorio, si è costituito il coordinamento regionale della Rete Ready nel quale è maturata la condivisione della necessità di dotarsi di strumenti legislativi a supporto delle azioni locali. Questa necessità si è tradotta nella proposta di legge di iniziativa popolare approvata dai Consigli comunali delle Città di Bologna, che per prima lo ha votato in Aula il 28 maggio 2018, Parma, Reggio Emilia e San Pietro in Casale, ispirata al testo della proposta di legge a prima firma dell’allora Collega Consigliere Franco Grillini, già depositata nel luglio 2014 agli atti della Regione.

A luglio 2018 la Consulta di Garanzia statutaria ha esaminato la proposta di legge di iniziativa popolare contro l’omotransnegatività, emettendo il parere di ammissibilità nell’ottobre 2018, con la sua assegnazione alla Commissione Parità in sede referente, abbinata al progetto di legge d’iniziativa dei Consiglieri Piccinini, Sensoli e Bertani.

Da allora si sono succedute sedute di illustrazione del testo base da parte delle proponenti; di approfondimento comparato con i testi di legge già approvati in altre Regioni ad esempio Toscana, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Sicilia, Umbria; di audizione del Corecom per quanto di competenza incluso nella legge, nonchè una udienza conoscitiva che ha registrato una nutrita partecipazione e molteplici contributi.

Il testo che oggi si sottopone all’Aula è il testo approvato nella seduta dell’11 luglio scorso in Commissione parità, un testo in cui confluiscono molteplici competenze e contributi da parte delle organizzazioni sindacali, delle associazioni Lgbti, dei funzionari dell’Assemblea legislativa e della Giunta, ma soprattutto dei colleghi e delle colleghe che si sono spesi in prima persona e con autentica passione per dare un proprio punto di vista per rafforzare e migliorare il testo legislativo.

Si, perché su questo non si discute. Il testo di “legge regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere” è un testo rafforzato in molti passaggi e reso fortemente integrato con le competenze e le strutture regionali. Abbiamo riproposto il titolo del testo a prima firma Grillini, perché il termine “omotransnegatività”, benchè sia considerato un lessico più avanzato e adeguato a rappresentare il coacervo di pulsioni e odio contro le persone omosessuali, non avendo un riconoscimento formale nelle legislazioni di riferimento e generando strumentalizzazioni sull’effettivo significato, in accordo con le Città proponenti abbiamo optato per superarlo blindando la legge sugli obiettivi essenziali, prevenzione e contrasto alle discriminazioni e alle violenze.

La legge si compone di 12 articoli di cui 11 dispositivi e 1 modificativo di altra legge.

I principi e le finalità della legge ripercorrono le fonti giuridiche internazionali, europee, nazionali a sostegno dell’impianto normativo e dei suoi obiettivi principali di tutela della dignità delle persone, prevenendo le discriminazioni e le violenze verso le persone omosessuali attraverso azioni positive e trasversali nei programmi regionali, valorizzando “l’integrazione tra le politiche educative, scolastiche e formative, sociali e sanitarie, del lavoro”.

Vi è stato dibattito per la sostituzione di un verbo rispetto al testo base. Il comma 2 dell’art. 1 recita infatti testualmente: “La Regione riconosce il diritto all’autodeterminazione di ogni persona in ordine al proprio orientamento sessuale e alla propria identità di genere, secondo quanto disciplinato dalla legge 14 aprile 1982 n. 164 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione del sesso), anche mediante misure di sostegno”. Perché la Regione riconosce e non garantisce? Ci sono due ragioni che mi preme sottolineare:

(1)     l’uso del verbo ‘riconoscere’ promana dal fatto che nell’ordinamento giuridico i diritti inviolabili dell’uomo sono preesistenti alla Costituzione, e hanno un valore pregiuridico: l’ordinamento non li crea ex novo ma si limita ad ammettere la loro esistenza. Questo valore pregiuridico ha consentito alla giurisprudenza di trasformare l’art. 2 della Costituzione in una sorta di clausola aperta, lasciando all’interprete e al giurista la possibilità di individuare l’emersione di ulteriori diritti che hanno necessità di essere tutelati e garantiti.

(2)     La Regione non può “garantire” il diritto all’autodeterminazione alle persone in ordine alla propria identità di genere, perché oggi in Italia il genere di elezione viene sancito tramite sentenza di un Tribunale. Quello che può fare la Regione, come specificato nella legge, è fornire misure di sostegno, come i farmaci ad esempio per la Terapia Ormonale Sostitutiva oggetto di una interrogazione parlamentare per sollecitare l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) a rendere disponibile i farmaci a base di testosterone.

Sempre nel primo articolo la Regione aderisce formalmente alla Rete RE.A.DY.

Il secondo articolo relativo agli interventi in materia di politiche attive del lavoro ha visto e vedrà per la sua attuazione il contributo esperienziale e per competenza delle organizzazioni sindacali, che ringrazio per la collaborazione nella stesura, e della consigliera di parità regionale di nomina ministeriale con funzioni specifiche di pubblico ufficiale in materia di discriminazioni sul lavoro.

L’articolo 3 riguarda la promozione di attività di formazione del personale docente per favorire l’inclusione sociale e il superamento di discriminazioni e pregiudizi che possono favorire bullismo e cyberbullismo motivato dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere con il conseguente isolamento sociale delle vittime. E’ previsto anche il sostegno all’associazionismo sportivo per favorire l’equa partecipazione allo sport, nonchè per contrastare stereotipi e l’abbandono sportivo.

L’articolo 4 dà atto dell’importanza di promuovere cultura della non discriminazione, attraverso progetti che come in molte leggi regionali si basano sulla imprescindibile collaborazione con le associazioni e le organizzazioni di volontariato impegnate per le finalità della legge.

L’articolo 5 promuove iniziative di informazione, consulenza e sostegno socio-sanitario sulle specifiche necessità che riguardano le persone gay, lesbiche, transessuali, transgender e intersex ed il conseguente adeguamento degli strumenti di pianificazione programmatica all’interno del Piano sociale e sanitario e per la promozione della salute e della prevenzione, anche mediante specifica formazione e aggiornamento di operatori e operatrici.

L’articolo 6 a mio parere costituisce un salto di qualità nel protagonismo del sistema pubblico per la promozione di progetti di accoglienza, soccorso, protezione e sostegno alle vittime, avvalendosi di tutta la rete integrata dei servizi alla persona.

L’articolo 7 introduce, anche per le discriminazioni e violenze verso le persone omosessuali, il monitoraggio e la raccolta dei dati relativi al fenomeno, nell’ambito dell’osservatorio regionale contro la violenza di genere già efficacemente attivato in materia di violenza sulle donne e con la finalità di rendere sempre più adeguate le politiche di prevenzione.

L’articolo 8 specifica le competenze e gli interventi del Corecom, dallo stesso Corecom ampiamente approfonditi in sede di audizione in Commissione, tra cui la rilevazione dei contenuti della programmazione radiofonica o televisiva regionale o locale, nonché di messaggi commerciali o pubblicitari lesivi della dignità delle persone omosessuali.

L’articolo 9 introduce la facoltà per la Regione Emilia-Romagna di costituirsi parte civile nei casi di violenza di particolare impatto per la comunità regionale, oltre a precisare che la Regione non concede contributi a chi viola le disposizioni e le finalità delle leggi antidiscriminatorie.

All’articolo 10 la norma finanziaria che autorizza la Giunta al finanziamento della legge e all’art. 11 la clausola valutativa che ogni tre anni impegna l’esecutivo a relazionare alla Commissione competente sull’andamento del fenomeno delle discriminazioni e violenze sia a livello regionale che nazionale (confidando che si vada oltre i dati dell’OSCAD), le azioni intraprese e i risultati ottenuti, l’ammontare delle risorse impegnate e la tipologia dei soggetti beneficiari, oltre ad eventuali criticità riscontrate nell’attuazione della legge.

Infine, l’articolo 12 modificativo e integrativo dell’articolo 13 della L.R. 6 del 2014 per la parità relativo ad un principio di legalità che, all’epoca dell’approvazione della legge non era emerso con la forza con cui è emerso durante la discussione su questo testo. La Regione Emilia-Romagna non concede contributi alle associazioni che violano la legge 40 del 2004 ovvero a chi realizza, organizza o pubblicizza la surrogazione di maternità. Questo significa, come qualcuno teme, silenziare il dibattito pubblico su un tema importante? Ovviamente no, perché esiste l’art. 21 della Costituzione ed è doveroso l’approfondimento dei temi che si considerano cruciali per la società.

Al contempo comprendiamo il portato simbolico dell’accostamento, ma non potevamo ignorare il dibattito che si è sviluppato. Abbiamo quindi collocato la norma nella sede propria … perché permettetemi, delle donne e del loro destino che dovrebbe essere una responsabilità di tutti, hanno il diritto di parlarne prima di tutto le donne. E da donna che si interroga su questo tema, confido che venga assunto nella sede propria del Parlamento ed affrontato senza ideologie, con spirito di ascolto, verità e concretezza.

Un articolato breve, ma denso, dunque. Nel quale è stata espunta ogni possibile sbavatura che possa legittimare un ricorso da parte del Governo, non certo per sterile cautela giuridica, quanto piuttosto per consapevolezza di quello che potrebbero fare.

Non è stata una sfida semplice e siamo consapevoli che non è certo un’azione, un progetto, una legge a risolvere discriminazioni e violenze, ma tante leggi, tante azioni e tanti progetti possono imprimere un cambiamento.

Non è stato semplice, dunque, ma credo fermamente ne sia valsa la pena e per questo risultato devo fare dei ringraziamenti. Ai Colleghi e alle Colleghe della maggioranza che sono stati nel percorso con pazienza e intelligenza, ai Colleghi tutti per gli spunti di discussione (eccetto quelli irricevibili), alle associazioni in particolare alle associazioni LGBTI che ci hanno spronato, accompagnato e sostenuto, anche criticato, ma così deve essere. A Vincenzo Branà, presidente del Cassero, instancabile e competente interlocutore, a cui va la mia solidarietà per le gravi minacce ricevute. A Franco Grillini che di fatto nel 2014 ha dato il via al percorso. E a tutte le persone che dalla comunità LGBTI hanno preso parola, a vario titolo, per contribuire a questo processo. Ai funzionari dell’Assemblea e della Giunta che hanno collaborato alla limatura del testo, nonché alla Presidenza per il supporto. Grazie alle Città promotrici della legge di iniziativa popolare, in particolare alle Assessore Susanna Zaccaria, Natalia Maramotti e Nicoletta Paci che non hanno mai fatto mancare presenza e sostanza. Infine, al Capogruppo Caliandro e al Collega Calvano senza i quali non saremmo qui oggi.

E per finire permettetemi una nota personale, perché nelle battaglie per i diritti delle persone, nelle battaglie giuste, nelle battaglie importanti e difficili, c’è tanto di noi … Ebbene, da eterosessuale, se avessi avuto anche il minimo dubbio sull’esistenza dell’omotransfobia e dell’odio verso le persone omosessuali e transessuali, per quello che ho subito e patito anche solo per aver cercato di trattare con competenza, rigore e passione questi temi, beh … me lo sono tolto completamente.

Esiste l’omotransfobia, esiste l’omotransnegatività, esiste l’odio, esistono le discriminazioni, esiste il calcolo politico e la strumentalizzazione. Poi esistono ragazzi e ragazze meravigliosi che attendono un segnale per poter sentirsi accolti in un abbraccio, esistono associazioni instancabili che combattono da tanto tempo e non smetteranno mai, esistono persone che capiscono la fatica di lottare ogni giorno per un mondo migliore e ti tendono la mano, semplicemente.  Esiste l’Emilia-Romagna terra di diritti e di libertà, terra dei fratelli Cervi e delle pastasciutte antifasciste, terra di sapere e di buon senso, terra in cui un grande Comandante partigiano a chi gli domandava, perché? Rispondeva: perché noi combattevamo per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro… perché le battaglie di civiltà prima o poi servono a tutt*.”

Roberta Mori, Relatrice