Ringrazio il “Gazzettino Santilariese” per ospitare le mie riflessioni sul progetto di autonomia rafforzata della Regione Emilia-Romagna. Un progetto serio e concreto nel solco della Costituzione, ben diverso, nel metodo e nelle competenze richieste, da quelli presentati da Lombardia e Veneto, anche perché rispettoso della solidarietà tra territori. Non sarà certo la nostra iniziativa a nutrire egoismi e contrapposizioni tra Nord e Sud, bensì il ritardo con cui il Governo sta affrontando i nodi dello sviluppo del nostro Paese ormai in recessione. Trovate QUI L’ARTICOLO pubblicato, dal titolo Differenti e solidali, quale autonomia per l’Emilia-Romagna.

L’articolo 116 della Costituzione, terzo comma, prevede la possibilità di attribuire alle Regioni a statuto ordinario ulteriori “forme e condizioni particolari di autonomia” attraverso una legge dello Stato approvata a maggioranza assoluta del Parlamento, sulla base di un’intesa fra il Governo e la Regione interessata. Ciò a condizione che la stessa Regione sia “in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”. In buona sostanza la Costituzione dice: le materie di interesse nazionale debbono essere disciplinate dallo Stato ma se una Regione che presenta i conti in ordine e garanzie di qualità dei servizi vuole potersi occupare in via diretta di alcune materie, è giusto permetterglielo; soprattutto perché chi dimostra di essere virtuoso è anche nelle condizioni di spendere meglio e in modo più efficace le risorse pubbliche date, eliminando ritardi, sprechi, farraginosità dei trasferimenti e i consueti contenziosi sulle cosiddette materie concorrenti (cioè le materie dove possono legiferare sia lo Stato che le Regioni).

Va detto che il Legislatore, fallito il referendum costituzionale del 2016, dovrebbe comunque intervenire per superare questo pasticcio delle materie concorrenti, altrimenti sia i territori che lo Stato centrale continueranno a spendere in procedimenti legali centinaia di migliaia di euro ogni anno. L’articolo 116, che consente in parte di superare il problema, è rimasto lettera morta fino a quando l’Emilia-Romagna cominciò a pensarci proprio due anni fa, seguita a ruota da Lombardia e Veneto. Molto in verità differenzia le iniziative di queste tre Regioni, dal metodo alle finalità. Basti dire che da noi il progetto di maggiore autonomia si è costruito insieme a tutte le parti sociali, categorie ed enti locali firmatari del Patto per il Lavoro con pragmatismo e concretezza, senza dare connotazioni ideologiche che non ci sono, scegliendo di chiedere autonomia di gestione solo su 15 competenze delimitate e motivate; al contrario le Regioni del nord a guida leghista hanno sottoposto l’iniziativa a referendum consultivo popolare con l’intento di avere un forte avallo politico dal basso dal sapore ‘secessionista vecchia maniera’, chiedendo infatti autonomia su tutte e 23 le materie concorrenti.

Nell’ottobre 2017 il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, dopo averne avuto delega dall’Assemblea legislativa sulla base di un progetto definito, firmò per primo con l’Esecutivo nazionale la Dichiarazione d’intenti per l’avvio del confronto. In seguito, è cominciato il lavoro necessario ad approfondire gli ambiti e i conti insieme anche a Lombardia e Veneto nel Tavolo paritetico col Governo, per arrivare circa un anno fa a siglare un Accordo preliminare con l’allora Governo Gentiloni. L’Assemblea legislativa ha approvato a settembre 2018 il progetto definitivo di autonomia rafforzata per l’Emilia-Romagna. Nello stesso periodo anche le Regioni Piemonte, Liguria, Marche e Toscana hanno formalizzato analoga richiesta di avvalersi dell’art. 116 per una gestione autonoma su diverse competenze, con l’obiettivo dichiarato di rendere più efficienti le proprie politiche. Un lavoro serio e concreto, fino a quando questo tema è diventato oggetto di scontro politico nella maggioranza penta-leghista.

Premesso che l’unità del Paese e la solidarietà nazionale sono per noi intoccabili, le competenze di cui chiediamo il rafforzamento riguardano: politiche per il lavoro; internazionalizzazione delle imprese, ricerca e innovazione; istruzione; sanità; tutela dell’ambiente e dell’ecosistema; cultura e sport; relazioni internazionali e rapporti con l’Europa. A copertura finanziaria, la Regione Emilia-Romagna ha proposto la propria compartecipazione al gettito dei tributi erariali riferibili al suo territorio, definita nel negoziato con il Governo sulla base del costo delle funzioni che chiede le vengano trasferite. Nessun aumento della spesa pubblica complessiva, neanche un euro in più sottratto ad altre Regioni: soltanto la migliore possibilità di investimento sul territorio rispetto a risorse già presenti, senza oneri aggiuntivi sul bilancio e riducendo invece la quota di non utilizzo delle somme destinate proprio agli investimenti. Con l’autonomia rafforzata, ad esempio, potremmo assumere il personale medico che davvero serve e dove serve o, ancora, modulare più liberamente le tariffe sanitarie e le esenzioni, o inserire nel prontuario farmaceutico medicinali di cui c’è comprovato bisogno sul nostro territorio. Se pensiamo alle politiche di formazione e lavoro, è inevitabile che una regione ‘manifatturiera’ come l’Emilia-Romagna abbia l’esigenza di raccordare domanda e offerta in questo settore più di altri, ad esempio puntando sullo sviluppo di una rete politecnica e su una formazione professionale dei giovani meno dispersiva. La gestione diretta inoltre permetterebbe di programmare prima e meglio interventi di edilizia scolastica o sanitaria, semplificare e ridurre i tempi delle procedure burocratiche o individuare strumenti di sostegno attivo alla montagna. In campo ambientale, dal momento che noi abbiamo già un sistema di smaltimento e riuso dei rifiuti più avanzato, l’autonomia ci consentirebbe persino di liberare risorse statali a favore di altri territori in difficoltà. In conclusione, il progetto dell’Emilia-Romagna è nel solco della Costituzione e rispettoso della solidarietà tra territori, costruito in forte raccordo con tutte le forze sociali e con tutti i Comuni. Non sarà certo la nostra iniziativa a nutrire egoismi e contrapposizioni tra Nord e Sud, bensì il ritardo con cui il Governo sta affrontando i nodi dello sviluppo del nostro Paese ormai in recessione. Le differenze e le distanze fra i territori del Paese ci sono già, ci sono da sempre. Noi vogliamo contribuire a superarle con un protagonismo dal basso che rilanci la competitività di un territorio che può fare da traino per altri. Il dibattito nazionale sulle autonomie sta dunque ponendo questioni importanti, che dovranno essere portate a sintesi dal Governo nel rispetto della Costituzione e del percorso fin qui svolto. Se così non sarà, la promessa di cambiamento sarà ancora una volta disattesa.

Roberta Mori – Consigliera regionale, presidente della Commissione Parità e Diritti delle Persone