IMG_07ok(Reggio Emilia, 26 febbraio 2016) Ai Chiostri della Ghiara ho partecipato ad un incontro pubblico dal titolo “A chi appartiene la nostra vita?”, organizzato da Giornate della laicità e da Exit Italia (Associazione per il diritto ad una morte dignitosa). Alla presenza di deputati tra cui Antonella Incerti, nonché di esponenti di varie associazioni che chiedono da tempo norme sul fine vita, ci siamo confrontati su temi che muovono sensibilità profonde e su cui dobbiamo avere grande rispetto delle diverse opinioni. Al cuore del dibattito vi è la questione della sofferenza e dunque della dignità personale da tutelare anche nei momenti più drammatici della vita. Perché la sofferenza non si può ignorare, farlo equivale a perpetrare una violenza.

IMG_videoSono numerosi i progetti di legge depositati in Parlamento – anche dal PD – che affrontano tutte le sfaccettature del fine vita, dalle terapie contro il dolore al c.d. testamento biologico e al rifiuto dell’accanimento terapeutico. Poi vi è la proposta di legge di iniziativa popolare su testamento biologico ed eutanasia, calendarizzata per marzo alla Camera, che rappresenta le posizioni più radicali a favore dell’eutanasia attiva o suicidio medicalmente assistito, praticato in alcuni Paesi come la vicina Svizzera. Parliamo comunque di problemi che l’opinione pubblica italiana, sempre più diffusamente, chiede di regolamentare. Attualmente vi sono diversi Comuni italiani che sperimentano forme di testamento biologico, ma l’assenza di una normativa nazionale rende quanto mai controversa la giurisprudenza. Il punto vero e centrale – lo ripeto – è tutelare la dignità della persona e della vita nei casi di sofferenza insanabile, di dolori non trattabili, delle disabilità progressive irreversibili: è lo Stato che deve garantire questo diritto, che è prima di tutto il diritto ad una vita dignitosa nella malattia nel rispetto dell’autodeterminazione.