(Bologna, 25 giugno 2013) Dal sito della Commissione per la Parità della Regione Emilia-Romagna.

“Un uso corretto del linguaggio di genere è determinante per il progresso della società” perché se “ciò che non è nominato non esiste e quindi non costruisce pensiero” allora “la consapevolezza delle necessità dell’uso della declinazione maschile o femminile nel linguaggio diventa fondamentale per la costruzione di un pensiero di parità, dal momento che in italiano il neutro non esiste”. Ad affermarlo è la presidente della commissione per la Promozione di condizioni di piena parità tra donne e uomini, Roberta Mori, concludendo i lavori dell’audizione dedicata alla comunicazione di genere, l’ultima delle sei previste per approfondire le tematiche della futura legge quadro regionale contro le discriminazioni.

In apertura della seduta di commissione sono intervenuti tre esperti del settore. La professoressa dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Cecilia Robustelli, ha ricordato come “rivolgersi a una donna con il maschile è una volontà di sminuire la sua figura e costringerla a rinunciare alla propria identità di genere” perché “il linguaggio costruisce il pensiero e crea modelli che possono essere scambiati per riflessi della realtà” e quindi “un uso mutilante del linguaggio nei confronti delle donne finisce per essere un’autorizzazione implicita alla violenza e al femminicidio”. Gianluca Gardini, presidente del Corecom Emilia-Romagna, ha sottolineato come “nelle Tv locali l’immagine femminile è legata non al ruolo nella società della donna ma alla sua figura di soggetto di cronaca, legata in particolare alla cronaca nera e giudiziaria o nel sociale” tanto è vero che “gli uomini non sono associati alla loro professione nel 9 per cento dei casi contro il 20 per cento delle donne”, senza considerare poi, aggiunge, che “le donne sono troppo spesso rappresentate come vittime, contribuendo ad aumentare la figura del ‘sesso debole”. Per Antonella Busetto, dell’assessorato alle Pari opportunità della Regione Emilia-Romagna,“combattere gli stereotipi di ogni genere aiuta a combattere la violenza sulle donne, e per combatterli serve una comunicazione sia corretta che consapevole” e “i progressi conquistati dalle donne non vengono valorizzati dai media, mentre nelle istituzioni persistono pratiche discriminatorie, e il linguaggio burocratico è tutto tranne che neutro”.
Nella decine di interventi seguenti, in cui hanno espresso il loro contributo rappresentanti di categorie professionali, istituzioni, realtà accademiche e mondo del sociale, si sono alternate al centro del dibattito tematiche come quelle delle pubblicità sessiste, della mancanza di risposte, e di mezzi per darle, da parte della pubblica amministrazione nei confronti delle discriminazioni, del ruolo della comunicazione sociale e istituzionale, della presenza di donne nel mondo della comunicazione e del perpetrarsi di questi stereotipi anche nei bambini e negli immigrati”.