E’ il titolo dell’incontro promosso il 21 marzo scorso a Gualtieri dal coordinamento PD dei circoli della Bassa insieme ai Giovani Democratici, a cui hanno partecipato oltre 200 persone.

Al centro dell’iniziativa, coordinata dal responsabile Enti locali del Pd Giammaria Manghi, le energie rinnovabili, le opportunità della green economy e i rischi del nucleare. A motivare il SI al referendum del 12 giugno e le concrete prospettive offerte dall’energia pulita sono intervenuti l’On. Alessandro Bratti, la consigliera regionale Roberta Mori, il vice sindaco di Viadana Giorgio Penazzi, Arturo Tornabuoni di IREN rinnovabili e l’assessore provinciale Mirco Tutino.L’intervento di Roberta Mori.

L’organizzazione di questa serata trova molte ragioni di opportunità. Prima tra tutte la consapevolezza che gli antinuclearisti non avranno mai tanti soldi da potersi permettere spot e studi ad hoc come i lobbisti portatori di interessi economici considerevoli. Devo anche dire che per farmi una precisa idea sul nucleare mi è bastato il viaggio del 1992 in Giappone con una borsa di studio dell’ambasciata giapponese in Italia. La visita al museo di Hiroshima, la testimonianza di alcuni sopravvissuti, le conseguenze di una devastazione senza precedenti ha contribuito a quello che non esito a definire un pregiudizio: l’energia nucleare non è una tecnologia uguale alle altre.

La possibilità di convertire piccolissime quantità di massa in enormi quantità di energia è una delle più grandi scoperte scientifiche fatte dall’umanità, ma nella pratica questa tecnologia crea problemi molto più gravi di quelli che dovrebbe risolvere, sia a livello nazionale che globale.

Il senso di fare il punto oggi trova la sua ragion d’essere, ancora più profondamente dopo l’ecatombe giapponese, nel prossimo appuntamento referendario, ed in particolare per due considerazioni:

Il fatto che il fabbisogno energetico e la produzione di energia muove i destini del mondo (non può sfuggire che l’attacco sferrato contro la Libia sia motivato non solo da motivi umanitari di tutela della popolazione civile, ma anche dalla necessità di garantire continuità nella fornitura all’occidente di combustibile);

Le scelte del Governo nazionale hanno rimesso in discussione quelle assunte dal popolo sovrano col referendum dell’87. Il governo ha infatti presentato un proprio disegno di legge e su questo ha imposto tempi e iter parlamentari accelerati, senza una discussione politica sulla fattibilità e l’opportunità del progetto. Ricordo che il Presidente Errani e altri avevano fatto ricorso per incostituzionalità rispetto al provvedimento, rivendicando il protagonismo delle Regioni nel concorrere alle decisioni dello Stato, ma tale ricorso è stato rigettando attribuendo alle Stato la piena ed esclusiva competenza sull’energia. Con il recente decreto di abbattimento degli incentivi sulle rinnovabili, approvato il 3 marzo scorso in attuazione della direttiva UE, che avrebbe dovuto riformare gli incentivi per rendere raggiungibili gli obiettivi europei che il nostro Paese ha recepito nel Piano di Azione Nazionale inviato a Bruxelles, il Governo ha sancito una volontà precisa e più volte espressa di ritorno al nucleare. Volontà ridimensionata, poi sospesa, a seguito dei sondaggi negativi.

Veronesi, in qualità di presidente dell’Agenzia per la sicurezza del nucleare, sostiene che il nostro pianeta senza il nucleare non sopravviverebbe. E’ così?

L’Istituto per l’Energia Atomica secondo l’OCSE ha stimato che la copertura dei consumi mondiali di energia da parte del nucleare è del 6%. Si può davvero considerare che un simile dato irrisorio in termini di ricadute giustifichi il reinvestimento in centrali atomiche?

I maggiori nodi del problema nucleare sono:

  • LA DISPONIBILITA’ EFFETTIVA DI COMBUSTIBILE NUCLEARE. Utilizza come combustibile l’uranio, una risorsa che va comunque acquisita sul mercato estero, scarsa e perciò destinata a divenire sempre più costosa e oggetto di competizione internazionale. L’uranio non è presente né in Italia né in Europa.
  • SICUREZZA DEGLI IMPIANTI. Il nucleare utilizza una tecnologia complessa che non mette al riparo da rischi sanitari neppure durante il normale funzionamento di una centrale (la ricerca epidemiologica di Magonza in Germania effettuata dal 1980 al 2003 dimostra che sono riscontrabili patologie da esposizione a radiazioni nel perimetro di 5 km dalla centrale). Nelle vicinanze della nuovissima centrale di Amburgo recenti studi hanno rilevato un frequenza di leucemia nei bambini da 0 a 5 anni tre volte superiore alla media. A ciò si aggiunge tutto il tema degli appalti per la costruzione delle centrali in Italia che si scontrano anche con una reale incertezza del loro esito e sulla capacità di rigore del nostro sistema ad assicurare ad ogni componente una reale tracciabilità. Fonte IAEA (International Atomic Energy Agency): i tempi medi di realizzazione sono 16,6 anni. Nel definire il grado di sicurezza di un impianto come abbiamo visto interferiscono variabili umane (errori, negligenze, ecc.), variabili naturali e ambientali (terremoti, tsunami, ecc.), nonché la variabile terroristica. La British Nuclear Fuel definisce semplicemente “inimmaginabile” lo scenario di un aereo che si schianta su una centrale nucleare, ma noi dopo l’11 settembre lo potremmo escludere?
  • LO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI NUCLEARI. Nessuno ha ancora risolto il problema delle scorie radioattive (anche se qualcuno pensa che interrarle nei Gessi Triassici del nostro Appennino sarebbe la soluzione migliore). Hanno tentato nel deserto del Nevada a Yucca Mountain con un costo di progettazione preliminare per l’individuazione di siti -secondo la fonte MIT (Massachusetts Institute of Technology)– di 5,4 miliardi di euro. Progetto sospeso in quanto non è provata la fattibilità.
  • COSTI, OVVERO REALE CONVENIENZA ECONOMICA DEL NUCLEARE. Presenta costi di produzione del kWh elettrico difficilmente definibili e comunque superiori rispetto ad altre fonti energetiche realmente pulite e rinnovabili. In America Bush ha investito 18 mld di euro, Obama ne ha aggiunti ulteriori 54 mld. Il nucleare non può prescindere da ingentissimi finanziamenti pubblici, con crediti dei privati contratti con le banche le quali, garantite dai Governi, applicano esosi oneri finanziari. Lo stesso ufficio federale di statistica americano valuta il nucleare come l’energia più costosa. L’Eurispes in una ricerca del 2009 ha evidenziato bene che la scelta del nucleare  oltre che troppo costosa e insicura, necessita di tempi troppo lunghi per rappresentare una soluzione energetica per l’Italia, considerato in particolare il blocco delle attività e della ricerca dopo il referendum del 1987. Ad oggi il nucleare contribuisce per il 14% circa alla fornitura mondiale di energia elettrica e per il 6% all’energia totale utilizzata nel mondo (questo con 436 reattori nucleari operativi disseminati in 30 nazioni), arrivando nel 2030 ad un contributo massimo del 10% dell’energia totale (con gli ulteriori 33 reattori in costruzione). Lo smantellamento di una centrale nucleare che deve essere compreso nel conto economico di realizzazione, va dai 400 milioni di euro, ai 2 miliardi nel caso dello smantellamento dei reattori inglesi raffreddati a gas. Dove sarebbe la convenienza economica del nucleare?
  • CONTROLLO SULLA NON PROLIFERAZIONE PARALLELA DI ARMAMENTI NUCLEARI. Secondo il MIT “la minaccia di una proliferazione di armi nucleari legata alla produzione e al commercio illegale di uranio arricchito o di plutonio è altissima”.

Le quattro ipotetiche centrali previste nel piano del Governo, che in realtà sarebbero otto secondo le indiscrezioni, produrranno solo il 14% dei consumi elettrici, corrispondenti ad un modesto 3,2% dei consumi finali di energia dell’Italia. Ridurre il consumo di energia elettrica del 14% è alla portata di qualsiasi piano di risparmio e di efficientamento energetico.

 

Cosa fa la Regione Emilia-Romagna?
Il NO dell’Emilia-Romagna al nucleare non è un atteggiamento ideologico, ma una valutazione dei costi/benefici, sia in termini economici che sociali ed ambientali. Che non sia un atteggiamento ideologico ne è prova il fatto che la Regione sostiene la ricerca che si svolge nelle università e nei Centri ENEA e Cnr dell’Emilia-Romagna. rivolta ai nuovi combustibili, alle nuove tecnologie per il fotovoltaico, ai sistemi di cattura del CO2 e anche alla partecipazione di programmi europei di ricerca per lo sviluppo del nucleare.

Con la legge n. 26 del 2004 siamo stati la prima Regione a dotarsi di una normativa sulla programmazione energetica con l’obiettivo di raggiungere in breve termine l’autosufficienza tra produzione e consumo di energia elettrica attuando per il territorio gli obiettivi di Kyoto e delle direttive UE 2020 (rispetto al 1993: -20% emissioni CO2, -20% consumo energetico, +20% fonti rinnovabili rispetto al 2010).

Il primo Piano Energetico Regionale del 2007, ora in via di rinnovo, si è mosso su quattro direttrici:

1. L’uso efficiente dell’energia; 2. La riqualificazione del sistema elettrico (completata la riconversione del parco di produzione termoelettrica, con la sostituzione dei vecchi impianti a olio combustibile con impianti a ciclo combinato alimentati a metano); 3. Il risparmio energetico (grazie a un mix tra ruolo esemplare delle PA, sostenibilità energetica degli edifici, uso efficiente nei processi produttivi delle aziende e mobilità sostenibile, si è ottenuto un risparmio di 55mila Tep (tonnellate equivalenti di petrolio) all’anno; 4. Lo sviluppo delle fonti rinnovabili: energia eolica, solare, geotermica, idroelettrica (destinati quasi 140 milioni dal 2007 al 2009). Dato ufficiale del Gestore nazionale Servizi Energetici (GSE): a inizio 2010 la potenza da energie rinnovabili installata in Emilia-Romagna ammontava a 779 MW, grazie soprattutto al boom del fotovoltaico (10 volte le previsioni). Si stima che oggi i megawatt installati siano 1.150 (di cui 391,1 ad energia solare e fotovoltaica).

Tra le azioni, Il P.E.R. già prevede sostegni alla diffusione di piccoli impianti di energie da biomasse, solare termico e fotovoltaico, biogas e geotermia. Ad esempio, recentemente, la Regione ha stanziato 9 milioni di euro per la rimozione dell’amianto sugli edifici e l’installazione di impianti fotovoltaici.

Il nuovo Piano Energetico Regionale 2011-2013 ha tra gli obiettivi in discussione quello di raggiungere e superare l’obiettivo europeo fissato al 2020 di una produzione energetica da fonti rinnovabili pari al 17%, prevedendo già entro il 2013 di aumentare di altri 1.300 Megawatt l’energia prodotta da fonti rinnovabili e portare al 6% il contributo dell’energia pulita alla copertura del consumo finale lordo della regione (che è di 14,4 milioni di Tep).

Le parole chiave del Piano sono: sicurezza, affidabilità, continuità ed economicità degli approvvigionamenti per il fabbisogno interno, uso efficiente delle risorse, compatibilità ambientale e territoriale e riduzioni delle emissioni inquinanti e climalteranti dei sistemi energetici territoriali.

A fronte di un consumo finale lordo che si prevede stabile, il Piano punta ad una ulteriore riduzione dei consumi energetici (tra il 7 e il 10%) e ad una produzione interna pari all’attuale 29%, con una riduzione contestuale di Co2 in atmosfera pari a oltre 1 milione di tonnellate.

Per quanto riguarda il solare/fotovoltaico, si prevede uno sviluppo coerente al recente passato. Sempre che il governo Berlusconi non perseveri nel tentativo di affossare il settore bloccando gli incentivi, decisione scellerata a cui ci siamo opposti a fianco di tutte le categorie e produttori, anche con una Risoluzione del PD della scorsa settimana in Assemblea. Del resto la crescita dell’energia fotovoltaica è già stata normata dalla Regione per gli impianti a terra, con un provvedimento che li vincola, nelle aree paesaggistiche, a una potenza massima di 200 Kw e a una superficie che non superi il 10% dell’area. Per le altre fonti rinnovabili la RER disporrà a breve le linee guida.

Se l’espansione degli impianti eolici è resa difficile dai vincoli ambientali-paesaggistici, la Regione spinge sullo sviluppo nei prossimi anni del geotermico (legato al piano di riqualificazione del Po), sulla diffusione dei pannelli solari sui tetti delle abitazioni e degli edifici commerciali/industriali e su una rete capillare di impianti a biomasse dalla potenza inferiore a 1 Mw (dunque sostenibili).

In sostanza, bisogna mettere in campo strategie energetiche che prendano atto dei cambiamenti climatici e che portino ad avvicinare ai territori la gestione dei sistemi di efficientamento, risparmio e produzione di energia, per consentire una più diffusa consapevolezza non solo di quanto sia legato il nostro destino all’energia, ma anche della necessità di cambiare gli stili di vita per favorire una conversione sostenibile con un modello di energia diffusa sul territorio. L’Unione Europea con il programma 20-20-20 ci ha già indicato la via. Ora deve essere la volontà politica degli Stati a perseguirla, visto che a Cancun nel 2010 la Strategia europea è diventata il punto di riferimento mondiale.

E’ stata poi istituita una Commissione tecnica di supporto all’attuazione degli indirizzi della Regione in materia energetica, aperti alla ricerca ma contrari al programma di energia nucleare del Governo. Resterà in carica 4 anni e sarà presieduta dal direttore generale delle attività produttive della Regione. E’ formata da esperti con competenze specifiche: cinque membri saranno designati dalla Regione, uno da Arpa, uno da ENEA, uno dall’Università di Bologna, uno dal Politecnico di Milano, uno dall’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

Dal punto di vista dell’iniziativa politica assembleare, il Gruppo PD in Regione ha di recente fatto approvare una risoluzione contro il nucleare, ampiamente argomentata nei suoi contenuti (sicurezza, diseconomie, problema insoluto delle scorie, ecc.), che sostiene al contrario il completamento della dismissione di Caorso – non ancora terminato dopo vent’anni! E di cui paghiamo ancora i costi sulla bolletta – e lo sviluppo della strategia sopra descritta propria del nuovo Piano energetico.

In una nostra interrogazione indirizzata alla Giunta relativa alla mappa dei potenziali siti individuati dalla Sogin, la società pubblica per il nucleare, l’assessore Muzzarelli ci dice che ancora le Regioni non sono state coinvolte negli studi preliminari di individuazione del sito nel quale prevedere la realizzazione del deposito nazionale e del Parco tecnologico nucleare.

Questo atteggiamento rafforza ulteriormente le preoccupazioni e la contrarietà della Regione al programma nucleare del Governo, escludendo nel modo più assoluto che la nostra montagna possa essere trasformata in deposito di scorie radioattive, quando è polmone verde dell’Emilia-Romagna, terra di elezione della green economy e meta di turismo delle quattro stagioni.

Three Mile Island in Pennsylvania nel 1979, Chernobyl in Russia nel 1986, Fukushima in Giappone nel 2011 … Che cosa deve succedere ancora?

Votiamo SI al referendum del 12 giugno e restituiamoci un futuro.

Roberta Mori